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Museo Luigi Bailo

Treviso

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CENNI STORICI

Il museo nasce nella sede di un convento realizzato nel XIV secolo e ricostruito alla fine del XVI secolo. Nel 1871 viene demolita la chiesa annessa per costruirvi una biblioteca, e aprire un museo nel 1889.

Nel 1944 un bombardamento ne distrugge la facciata e parte del chiostro Sud, ricostruiti nel 1952, ma con un’importante perdita degli apparati decorativi. Nel 2000 il museo chiude, e nel 2010 il Comune ottiene un finanziamento europeo per mettere in gara la progettazione del restauro e dell’allestimento. Il museo è stato inaugurato il 29 ottobre 2015.

 

IL MUSEO

Il percorso si apre con la pittura degli ultimi decenni dell’Ottocento, con sale dedicate ai ritratti, alla pittura dal vero, a “Luce, macchia e impressioni”, ai paesaggi dei Ciardi, a “Storicismo e realismo in scultura”. Gli artisti qui rappresentati sono diversi per età, formazione e linguaggio. Accanto a protagonisti ancora di matrice neoclassica e di gusto romantico, operano le nuove generazioni di formazione accademica veneziana e autodidatte, che esprimono la tendenza naturalistica nella produzione di soggetti popolari e di genere locale, e la rinnovata sensibilità al paesaggio. Tra questi Luigi Serena, Giovanni Apollonio, Vittore Cargnel, Guglielmo Ciardi con i figli Beppe ed Emma. Particolarmente rappresentato è Luigi Serena, che ritrae l’animazione della vita cittadina e dei suoi ceti più popolari e ricostruisce in ambientazioni realistiche scene tra le più quotidiane, sempre attento ai valori pittorici e compositivi e con particolare abilità nell’uso della luce.

Tra gli scultori si incontrano Luigi Borro e Antonio Carlini, la cui produzione evoca l’ambiente in cui si formò la personalità di Arturo Martini.

Nelle sale che si sviluppano intorno al chiostro, sempre al primo piano, è largamente illustrata la fase giovanile e della prima maturità di Martini, nel periodo compreso tra gli anni dell’apprendistato e delle mostre a Treviso e a Venezia (e della messa a frutto delle esperienze maturate a Monaco di Baviera e a Parigi) e gli anni a ridosso e durante la prima guerra mondiale. Alle sculture, con opere capitali come Maternità e Fanciulla piena d’amore, si affiancano l’importante esperienza grafica e quella ceramica, in specie con la produzione di vasi e soprammobili per la fornace trevigiana Gregorj.

A fronte scorre una significativa antologia di Gino Rossi, amico e sodale di Martini, con opere entrate da tempo a far parte della collezione dei Musei civici trevigiani (tra cui Primavera in Bretagna e Paesaggio asolano) e altre concesse in prestito da privati (Ritratto di Michel Carion marinaio).

Il percorso continua con altri artisti: gli scultori Guido Cacciapuoti e Ottone Zorlini, i pittori Aldo Voltolin, Nino Springolo e Alberto Martini (serie simbolista delle Fantasie del sole e Autoritratto interiore).

La sezione dedicata agli “Artisti a Treviso tra le due guerre” comprende opere di Lino Selvatico, Juti Ravenna, Sante Cancian, e diversi altri.

Ritornati al pianterreno, l’esposizione prosegue con Giovanni Barbisan, del quale sono esposti un giovanile Autoritratto e il grande pannello affrescato I rurali sono i nostri migliori amici, di chiaro gusto fascista, che l’autore ventiduenne presentò alla Biennale di Venezia del 1936.

La visita prosegue con la sezione monografica dedicata alla piena maturità di Arturo Martini, allestita negli ambienti a est del chiostro: le sale sono dedicate ai “Bronzi degli anni Venti”, “Piccola plastica e rilievi degli anni Venti”, “Disegno, grafica e pittura”. Le opere raccolte in queste sale danno prova della passione di molti trevigiani per il collezionismo d’arte, passione che si è poi concretizzata in numerose donazioni di opere al museo civico. Tra queste va citata, soprattutto, la Pisana di Arturo Martini, dono dei coniugi trevigiani Mazzolà, benefattori insigni del museo e della biblioteca civica.

In un braccio del chiostro chiuso da vetrate spicca un altro capolavoro di Arturo Martini, La Venere dei porti, acquisita dal Comune grazie all’interessamento del critico Giuseppe Mazzotti: è una delle grandi terracotte create tra la fine degli anni Venti e i primissimi anni Trenta, il periodo di più alta ispirazione dell’artista.

All’aperto nel chiostro, oltre all’Adamo ed Eva già citati, i due acroteri di Arturo Martini, raffiguranti Terra e Mare: si tratta di due possenti sculture di cemento ad altezza naturale.

 

 

 

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